Cantine Aperte, Rocca Grimalda, domenica 29 maggio 2011

Ciao a tutti, con grande entusiasmo anche quest’anno accolgo l’arrivo di Cantine aperte, momento davvero molto bello per noi, perché ci vengono a trovare ogni anno sempre più veri e propri appassionati di vino che vogliono sapere e toccare con mano le vigne e la cantina.

Io tra l’altro sarò di ritorno da un viaggio studio in Francia quest’anno, quindi avremo un sacco di cose da condividere quel giorno, oltre ad assaggiare (ne cito solo due) i nuovi Ventipassi, Nibiö 100% e Altaguardia, Albarossa 100%.

Oltre ai vini non mancheranno gli stuzzichini di mamma Sonia, che ci accompagneranno nelle degustazioni.

Vi aspettiamo, per visitare i vigneti, assaggiare i vini, parlare del territorio insieme con il sano entusiasmo che non ci siamo mai fatti mancare: sono tante le nuove iniziative che vogliamo condividere con voi.

Se poi vorrete, quel giorno grazie ad una convenzione con Castelli Aperti potrete beneficiare di uno sconto per la visita al Castello di Rocca Grimalda che vi assicuro merita.

Ciao
Tomaso
P.S. nela foto uno scorcio invernale, venendoci a trovare potete fotografare quello primaverile, resterete senza fiato.

Qrcode, PR, parliamone a #vuu #terroirvino


Come sempre per caso mi accordo di quanto una cosa che nell’immaginario spesso viene data per scontata sia importante e trascurata. Grazie all’uso di twitter e delle chiacchierate che si fanno con molti amici del settore vino infatti emerge qui la volontà da parte di Filippo aka @filipporonco di sapere in poche battute i motivi per partecipare a Terroirvino.

Successivamente la discussione in twitter porta a parlare di #vuu la open unconference collegata, e nelle varie considerazioni emerse, grazie alla segnalazione dello stesso da parte del produttore Luca di @bele_casel un certo interesse verso il #qrcode e la voglia, da parte mia di saperne di più.

Quale occasione migliore dico io per parlarne se non quella offerta dalla open unconference di Domenica 12 giugno (3 giorni dopo il mio compleanno!), così suggerisco di avere degli addetti PR che spieghino a noi come utilizzarlo.

Improvvisamente dalle reazioni scopro che l’argomento non è tanto da pubbliche relazioni, ma ha un substrato strategico, melo fa notare Monica di @wineup , perché quello che conta non è il #qrcode stesso ma il pensiero che lo guida. Sembra banale, logico ed ovvio, ma negli ultimi tempi tutti parlano del contenitore, pochi (fino a dire nessuno) parla del contenuto e ancora meno del ragionamento precedente.

Credo che anche stavolta si debba sfruttare la possibilità data anche dalla unconference #vuu di colmare questi vuoti.

Faccio quindi un grande appello a chi si occupa di PR (o RP se preferite, per esteso pubbliche relazioni) di spiegare il perché e il come del vostro mestiere e non solo che ci siete. Perché nessuna azienda potrà mail fare il vostro mestiere bene come voi. Io un’idea del perché ce l’ho, ma provocatoriamente vorrei sentire la vostra versione, dato che negli ultimi tempi “se non parla il produttore direttamente non va bene”. Aggiungiamo dei pezzi a questa frase? Dai!

Chiedo inoltre a Monica di @wineup di raccontare cosa sta dietro un qrcode, magari sfruttando il fatto che per allora si sarà già concretizzata l’esperienza di #barbera2 e potrà chiamare con se a parlare qualcuno dei partecipanti, ad esempio @cascinagilli o @gianlucamorino e magari [ora sbrago] si potrebbe pensare ad un collegamento con gli USA per un intervento da là [w la tecnologia e la fantasia insieme]. Magari un bel tabellone raccogli hastag per fare le domande?

Questo è il mio piccolo contributo al lavoro di un amico.

Ciao,
Tom

Dolcetto Rivoluzione

In questo periodo mi è capitato di girovagare più del solito sul web, ho incontrato dei bei filmati che parlano del territorio e del modo in cui questo si rapporta con l’esterno.

Non lo diciamo solo noi che il Dolcetto è un vitigno difficile, succede anche a Dogliani, sentite quello che dicono questi produttori.

Mi piace in particolare quando rispondono alla domanda “qual è il vero Dolcetto”. E ancora di più quando parlano di “Dogliani come “un nome di elezione per il Dolcetto” e non “il nome di elezione”, già perché anche da queste parti, ad Ovada, vogliamo dire la nostra, anche noi lo facciamo come primo vino.

Noi siamo giovani, ci piace sperimentare e tirare fuori il meglio, talvolta rischiare, vediamo il Dolcetto come un grande vitigno, in grado di fare un “bel vino” e a vedere questo video mi è venuto da dire per fortuna non siamo soli!

Per questo abbiamo scelto nuovo con nuovo e tradizione alla tradizione, abbiamo deciso di fare vini moderni non in purezza affinati esclusivamente in acciaio, non per questo meno degni di nota, mentre i vini di tradizione sono rigorosamente in purezza, affinati in botti di legno, non come segno distintivo ma come rispetto per una scuola di vino.

Per entrambi i vini si lavora in vigna pensando alla bottiglia, non è semplicemente un bivio che si pone innanzi in cantina.

Voi che ne dite?

Secondo me da qui in avanti il Dolcetto farà un bel salto qualitativo: siete pronti ad assaggiare?

Ciao,

Tomaso

Forza Dolcetto, Ovada è ora!

Ogni giorno che passa osservo. Osservo la natura, osservo le altre persone, percepisco che il tempo passa e cerco di capire come fare per far migliorare la mia realtà interagendo meglio con gli altri.

E’ difficile darsi una risposta precisa, ma se non ci lavori è impossibile arrivare da qualunque parte.

Faccio questa premessa perché anche se la mia famiglia opera, in piccolo, in questo mondo da tre generazioni, a me è toccata la fortuna di vivere e gestire l’azienda di vino durante un cambiamento che definire epocale è poco. Devo per forza farmi delle domande, non c’è (più) una strada da seguire, dobbiamo rifarcela senza punti di riferimento.

Ho imparato diverse cose nel confronto (molto faticoso, perché spesso le tue idee vengono smontate e i tuoi sogni sfumano), una delle più importanti è che un azienda che produce vino è figlia del contesto in cui lo produce, il famoso Territorio.

Sembra banale. Non lo è.

Nell’Ovadese sono decenni che si vive un abbandono lento ed inesorabile del territorio, con un numero di nuovi imprenditori inferiore all’abbandono (o meglio al tentativo di, perché voler vendere è diverso da vendere) del territorio da parte degli esistenti: questo ha portato alla svalutazione dei terreni da un lato e dall’altro al forte sviluppo dell’urbanizzazione nei paesi.

Io francamente non riesco a spiegarmi questo fenomeno, vedo dei giovani determinati, certo non è una rete fitta, ma qua e là ci sono aziende interessanti con vini buoni e ottimi che faticano.

E non si riesce a fare gruppo, è faticoso vedersi e c’è diffidenza.

Io sono anni che predico a favore dell’unione e credo che il dolcetto della zona di Ovada in entrambe le versioni, DOC e DOCG se ben vinificato possa davvero regalare emozioni capaci di smetterla di essere considerati produttori di serie B rispetto a Dogliani, Alba e compagnia cantando.

Lo dico a fronte di assaggi comparati, intendiamoci, fatti con panel attendibili che escludono il mio vino, parlo della zona.

Ma non riusciamo (ancora, lasciatemi sperare) ad emergere.

Quindi cari produttori, non arrabbiatevi con la politica perché non ha fatto e ci sono le cantine da svuotare, da qui a 5/6 anni almeno sarà una salita ripida, bisognerà investire soldi, tempo ed energie, fare comunicazione mirata e far emergere il meglio di noi. Per carità, anche avere culo!

Mentre dico apertamente, non snobbate il dolcetto, non consideratelo un vino da prezzo, lo è diventato per logiche commerciali, ma sa regalare vini affatto scontati, piacevoli anche se di struttura e con gradazioni importanti, comunque godibili a pasto e in compagnia. Quando costa troppo poco vuol dire che (i) ci sono problemi commerciali oppure (ii) è una chiavica (cit.).

Il dolcetto non permette rese ettaro alte, e i costi ettaro sono più o meno simili per tutti. In più, considerate che ad Ovada non abbiamo denominazioni del calibro di barolo e barbaresco, quindi i cru migliori per il rosso sono tutti destinati al dolcetto.

Alla prossima!
Tomaso

Piccolo produttore, a quale mestiere rinunceresti?

Da piccolo produttore mi capita spesso di dovermi districare tra mille faccende, che riguardano tutte le aree di attività: dalla vigna alla cantina sino al rapporto con i miei clienti e alla consegna delle nostre bottiglie.

Bene,  fare questo sembra normale, ma quando le cose cominciano ad andare bene senti subito scricchiolare tutto, come quando una piccola imbarcazione si trova sovraccarica…cra cra cra…e spunta una domanda: siamo sicuri che vada tutto bene?

La risposta è sempre la stessa, o meglio quella che convince è “non lamentarti se le cose vanno bene, anzi vanno oltre le aspettative, stringi i denti, verranno tempi peggiori” e la riflessione però si arresta lì.

Bene, io sprono i miei colleghi piccoli produttori ad andare avanti, forse perchè per me fare vino è una passione che trova le sue radici nell’amore che ho verso il territorio, a verificare se quello che stiamo facendo è sostenibile ed a ragionare se è davvero necessario occuparsi di tutto o se magari con un pò di riflessione si può ridurre la mole di lavoro aumentando la qualità dei propri prodotti grazie alla maggiore attenzione che si potrebbe dedicare ad essi.

Effettivamente però quando si affronta questa analisi bisogna essere pronti al peggio, scoprendo che non avendo dato adeguato valore al proprio lavoro ci potremmo trovare impossibilitati a condividere il proprio lavoro con altri.

Il lavoro del produttore infatti, almeno per la mia esperienza, si può dividere in diversi mestieri: contadino, cantiniere, operatore logistico, commerciale.

Quali di questi mestieri sono irrinunciabili?

Io credo 3 su 4 lo siano per un piccolo produtore, voi che ne dite?

Vendemmia 2009, diario di cantina

Vendemmia 2009

Vendemmia 2009

Questo post lo dedico alla futura memoria ed alla curiosità dei più che vorranno sapere come è andata l’annata 2009.

 Mi concentrerò sui tre vini con Dolcetto di Ovada 

Iniziamo dicendo che l’annata sicuramente si farà ricordare, in generale uve molto sane e con carica zuccherina abbastanza alta, per non dire alta: il caldo prolungato registrato nel corso dell’estate ha portato ad una maturazione precoce rispetto al solito calendario con una anticipazione della vendemmia di circa una decina di giorni rispetto allo scorso anno.

 Più in dettaglio  

Armasù (Dolcetto di Ovada, DOC): raccolto a mano in cassetta, segnava 19 di Babo appena arrivato in cantina. Vigne di circa 7 anni. Le uve si presentavano sane e la fermentazione è partita subito senza problemi, la temperatura della vasca è passata dai 24 gradi dell’inserimento uva in cassetta pigiadiraspata ai 33 e si sta mantenendo tale. Facciamo 4 lavorazioni al giorno per vasca (sul dolcetto occorre dosare bene le lavorazioni di ossigenazione per evitare i sentori di ridotto che caratterizzavano le lavorazioni di un tempo), che decidiamo di volta in volta in base alla virulenza dell’ebollizione: alterniamo delestage a follature e rimontaggi in base alle misurazioni della temperature cappello – cuore vasca.

Prevediamo di svinare dopo circa 8 giorni dall’inserimento in vasca (a causa del malfunzionamento di un babo stavamo pensando di svinare dopo 4 giorni!).  Le estrazioni del colore sono molto buone, abbiamo deciso di comune accordo con l’enologo che la fermentazione continuerà sulle fecce fini, in quanto l’estrazione raggiunta sulle bucce per quest’anno ci sembra giusta entro tale tempistica.

Abbiamo in mente un vino che abbia qualcosa in più da raccontare rispetto al 2007 attualmente in commercializzazione, mantenendo la sua piacevolezza di beva e la giusta complessità al naso.

 –Leò (Monferrato Rosso, DOC): raccolto a mano in cassetta, segnava 20 di Babo appena arrivato in cantina. Vigne di circa 35/40 anni. Le uve si presentavano molto sane. Qui la fermentazione è partita più lentamente, volutamente, per permettere una fermentazione più lunga. Questo vino andrà in commercializzazione nel 2012, (il primo Leò uscirà nel 2011 e sarà la vendemmia 2008) quindi puntiamo più alla complessità e alla pienezza di quanto non facciamo con l’armasù. Non che quest’ultimo (l’Armasù) abbia qualcosa in meno, ma non resterà così a lungo ad affinare in cantina quindi punteremo su altre caratteristiche (sarà interessante confrontare entrambi nel 2011). anche qui non ci risparmiamo sulle lavorazioni, che sono solo delestage all’inizio nella misura di almeno due al giorno.  Una fatica mica male!

 –“”: si avete visto bene, virgolette….perchè questo vino un nome ce l’ha ma ancora non togliamo i veli. Nasce a seguito di una chiacchierata tra me e Marco, il nostro enologo, dove gli chiedo “ma come lo vedresti tu il Dolcetto di Ovada?” e lui mi ha detto “ beh, con merlot e cabernet”. Lo so lo so, direte il solito internazionale…beh, non è poi così scontato: anche io aspetto con curiosità. Anche qui raccolto in cassetta, 19.2 di babo, uve molto sane.

Cos’altro posso dire, l’estrazione del colore qui è già su livelli ottimali ed è ragionevole pensare che svineremo dopo 5 giorni di macerazione. In vasca si sente una chiara nota erbacea, in bocca non è ancora degustabile ma sono davvero curioso….voi? Per non lasciarvi troppo appesi velo faccio vedere nel filmato (la vasca è proprio la sua)….

Cascina Tollu,  Piva01781050065

Vino e prezzo dal produttore al consumatore

euro_acqua
Avete presente quanto costa trasportare il vino? Velo dico io, tanto. Indipendentemente dal corriere, soprattutto se sei un piccolo produttore (piccoli volumi) arriva ad incidere anche 1 euro a bottiglia. Certo non se mandi 20 cartoni alla volta, ma quella (per tutti i piccoli) non è la normalità…

Ora aggiungiamoci il fatto che ognuno di noi lavora per ricavarne i soldi per sopravvivere, quindi è lecito aspettarsi che tutti incluso i commercianti comprino ad un prezzo inferiore a quello cui rivendono e ci aggiungano i costi del trasporto. Risultato? Beh, tanto per fare un esempio vediamo cosa succede ad un vino che esce in enoteca a circa 9 euro: se un vino lo vendi franco cantina a 3,5 + IVA al distributore (figura che poi rivende ai commercianti) lui per pagarsi le spese e campare lo rivenderà all’enoteca a 4,90 +IVA (+40%) e l’enoteca a sua volta lo rivenderà al pubblico probabilmente a 8,8 euro.  Ma andiamo a capire meglio i conti. 

Allora, il distributore è una figura particolare, ha una logistica (sistema di consegne) molto capillare, gestisce molte etichette e può permettersi di fare forniture ai suoi clienti anche di poche bottiglie (anche 3 o 6), quindi fa sia attività di logistica che i magazzino così il negozio di vendita al pubblico può comprare poco per volta. Inoltre concentra su di se le vendite a più locali, preoccupandosi di incassare dai rispettivi clienti le bottiglie che di volta in volta avrà venduto da una parte e dall’altra avrà un unico rapporto con la cantina con la quale vanta un credito per l’intero acquisto (lo stesso che poi lui avrà frazionato). 

Ora prendendo il caso di prima, consideriamo che lo stesso al giorno d’oggi su un piccolo produttore farà girare un intorno di 400 bottiglie l’anno, traendo dal commercio dell’etichetta circa 560 euro in un’anno (ottenuta come sproporzione acquisto vendita moltiplicato per numero bottiglie, sempre pre tasse), nei quali ci vanno dedotti i costi di logistica, personale, costi di struttura e tasse (irpef o ires). Quanto può arrivare a farne? Dipende dalla sua bravura e dalla sua organizzazione, ma per darvi un idea: avete mai provato a gestire consegne,  incassi, promozione vini nuovi, magazzini, sviluppo punti vendita? Se sì sapete quanto è il limite umano e fate presto a fare i conti, sennò domandatevi perchè i piccoli produttori non riescono da soli….

Poi andiamo all’enoteca: compra a 4,5 e rivende a 8,8…beh, si ma 8,8 è con l’iva (che per il vino è il 20%, che come sappiamo viene incassata e resa allo stato) quindi sta vendendo a circa 7,34, guadagnando 2,46 (+54%) a bottiglia.

Tanto? 

Beh, mettiamola così: il numero di bottiglie che fa girare un enoteca è meno di quanto pensiate, e su città come Milano l’affitto diventa una componente davvero importante, diciamo 2.500 3.000/mese. 

Ora se vendesse solo bottiglie a quel prezzo al pubblico gli ci vorrebbero 1.000-1.200 bottiglie/mese solo per l’affitto….io gli auguro di vendere anche bottiglie più care perché 1.200 bottiglie al mese sono “tanta roba”, vuol dire circa 50 bottiglie al giorno (24 gg /mese di lavoro), o se preferite poco più di 6 bottiglie l’ora se lavori 8 ore….e ti sei pagato giusto l’affito ( a Milano eh!) E il resto?

Se obiettate, ma mica dappertutto costa così l’affitto, rispondo, no certo, ma mica dappertuto vendi le bottiglie che vendi a Milano……e poi comunque ora avete un parametro per capire lo stipendio dell’enotecaro. Ora, dico io: voi lo fareste per meno? Chi ha la mescita sta in negozio anche la notte….

E poi, siamo davvero sicuri che il vino, che ricordo per me che sono un piccolo su ordini da 24 bottiglie il trasporto impatta per quasi un euro a bottiglia, sia ricaricato in modo diverso rispetto ad altre cose che acquisitiamo abitualmente?

Beh, facciamo una cosa andiamo a vedere cosa succede negli altri settori, prendiamo le brioches: secondo voi quanto è il costo di produzione della brioches che voi pagate 0,9 al bar? Velo dico io, 0,20 a dir tanto. Ah, e più del 50% va al bar, che ha in omaggio il kit di lievitazione, il fornetto e tempi di pagamento….

Dicevamo?  Ah si il vino….e ora c’è pure la crisi….

 

Tomaso, Cascina Tollu, P.IVA 01781050065
 
 
 
 
 
 

 

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